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Ciclone Harry e l’erosione della costa ionica messinese: cause, effetti e possibili interventi

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Tra il 20 e il 21 gennaio 2026, il ciclone Harry ha investito con forza il Sud Italia, interessando soprattutto i litorali ionici di Sicilia, Calabria e Sardegna. Il transito della perturbazione ha provocato mareggiate eccezionali, causando gravi conseguenze sulle spiagge e lungo la fascia costiera ionica siciliana. Diversi lungomari, stabilimenti balneari e alcune infrastrutture sui litorali (come la ferrovia Messina-Catania) hanno subito gravi danni, in particolare nei comuni di Letojanni, Santa Teresa di Riva e Furci Siculo, ma un po’ tutta la fascia costiera ionica è stata colpita dalla mareggiata tanto che l’ammontare complessivo dei danni stimati in Sicilia ha superato il miliardo di euro.

Contesto meteorologico

Il ciclone Harry si è sviluppato in seguito all’affondo di una saccatura atlantica sul nord Africa, da cui è scaturito l’approfondimento di questa depressione afro-mediterranea in risalita dal deserto algerino. Si è trattato di un ciclone extratropicale come molti altri tipico delle nostre latitudini, ma il suo sviluppo si è combinato ad altri fattori producendo effetti eccezionali.
Tra gli aspetti principali va sottolineato il fitto gradiente barico (ossia la forte differenza di pressione al suolo), indotto in un’area ristretta dal contrasto tra il ciclone Harry in approfondimento sul nord Africa (area di bassa pressione) e una solida area anticiclonica di blocco sui Balcani. L’evoluzione del sistema è stata così rallentata, rimanendo “bloccata” sul Mediterraneo centrale per circa 48 ore.

Fig. 1 – Simulazione dell’intensità dei venti a 10 m nel pomeriggio del 20 gennaio. Fonte Aeronautica Militare.

In questo contesto, la fortissima mareggiata che ha colpito i litorali ionici è scaturita da una intensa ventilazione di scirocco e levante sul Mar Ionio (Fig. 1), indotta dal forte gradiente barico, con raffiche che hanno superato i 100 km/h soprattutto in mare aperto, e prolungatasi per oltre 24 ore.
I forti venti – soffiando su una superficie marina molto estesa (fetch) – hanno sollevato imponenti onde che si sono abbattute con violenza sui litorali ionici. La boa a largo di Catania, gestita dalla Rete Ondametrica Nazionale (RON), alle ore 2:00 circa di martedì 20 gennaio 2026, ha registrato un picco di altezza massima dell’onda (Hmax) di 10,69 metri (fig. 2).

Fig. 2 – dati della boa di Catania, Rete Ondametrica Nazionale (RON)

Fattori geomorfologici e batimetrici della costa ionica messinese

Oltre al particolare contesto meteorologico legato al ciclone Harry, l’eccezionale altezza delle onde registrata lungo il settore ionico messinese e catanese (fino a 7-8 m sotto costa) non è attribuibile esclusivamente all’intensità del sistema depressionario, ma anche a fattori geomorfologici e batimetrici propri di questo tratto di costa. L’ampio fetch offerto dal bacino ionico, l’esposizione diretta ai venti orientali e sud-orientali e la presenza di fondali rapidamente profondi fino a ridosso della linea di riva (Fig. 3), hanno consentito alle onde di mantenere elevata energia fino all’impatto costiero. Nelle altre aree della Sicilia, il moto ondoso tende a perdere energia prima di raggiungere la linea di riva, determinando un frangimento più anticipato e facendo sì che le onde arrivino alla costa con minore intensità.

Fig. 3 – Profondità media dei fondali. Le profondità maggiori sotto costa si hanno tra Catania e Messina. Fonte: https://emodnet.ec.europa.eu/geoviewer/

Urbanizzazione costiera e scomparsa dei sistemi dunali

I danni prodotti dalle devastanti mareggiate del ciclone Harry sono anche il risultato di un processo di erosione costiera che va avanti da tempo e le cui cause sono diverse. Innanzitutto, uno dei principali motivi che tutt’oggi comporta il verificarsi di danni è dovuto alla crescente urbanizzazione e il conseguente irrigidimento della costa. Infatti, durante il Boom Economico, il declino dell’economia agricola collinare ha innescato uno spostamento di massa della popolazione verso la costa. Ciò ha fatto sì che gli antichi nuclei abitativi principalmente marinari (Fig. 4) si ingrandissero nel tempo e le nuove abitazioni si avvicinassero progressivamente al mare, sfruttando quelle che un tempo erano spiagge ampie e profonde (Fig. 5).

Fig. 4 – Letojanni negli anni ’50. Fonte Social.

Case e seconde case, alberghi, ma soprattutto lungomari, sono andati ad occupare in più punti superfici che in origine erano occupate da cordoni dunali (Fig. 6), che durante le mareggiate avrebbero offerto una protezione naturale.
Senza nulla togliere all’eccezionalità della situazione prodotta dal ciclone Harry, i sistemi dunali avrebbero un ruolo cruciale durante una mareggiata di forte intensità: costituiscono infatti una difesa naturale capace di intercettare e attenuare l’energia delle onde, ostacolando l’ingressione del mare e contenendo i processi erosivi verso l’entroterra. Inoltre, le dune svolgono la funzione di serbatoio sedimentario attivo: la sabbia può essere ridistribuita durante eventi estremi e, in condizioni di mare più calmo, progressivamente ricostituita, favorendo il naturale recupero dell’arenile. Al contrario, in assenza di dune, la spiaggia perde questo deposito dinamico e non è più in grado di reintegrare la sabbia asportata dalle mareggiate. Di conseguenza, anche eventi di breve durata possono causare erosione permanente, riducendo stabilmente l’ampiezza dell’arenile e aumentando la vulnerabilità della costa.

Fig. 5 – Litoranea di Sant’Alessio Siculo negli anni ’50. Fonte Social.
Fig. 6 – Litorale di Sant’Alessio Siculo nel 2025. Si nota l’arretramento della linea di riva rispetto allo scoglio di riferimento e la presenza di urbanizzazioni realizzate sull’originaria fascia dunale. Fonte Google Maps.

Quindi in presenza di una spiaggia ampia (Fig. 7), a maggior ragione se associata ad un sistema dunale ben conservato, l’energia delle onde viene progressivamente dissipata. Oggi, invece, a seguito dell’arretramento della linea di costa o dell’avvicinamento al mare delle urbanizzazioni, i muri di contenimento delle strade (Fig. 8) riflettono il moto ondoso, accentuando l’erosione. Infatti, l’impatto delle onde contro una struttura rigida determina una marcata riflessione del moto ondoso: una parte consistente dell’energia viene respinta verso il largo, generando interferenza tra onda incidente e onda riflessa, con aumento della turbolenza e delle velocità di flusso alla base della struttura. Il risultato è una sorta di “zappatura dei sedimenti”, che vengono trascinati verso il largo, provocando quindi uno scalzamento del fondale e abbassamento della spiaggia antistante, riducendo ulteriormente la protezione naturale. Durante mareggiate intense, l’assenza di un sistema dissipativo favorisce quindi una maggiore concentrazione dell’energia in prossimità della costa, amplificando gli effetti erosivi e aumentando la vulnerabilità delle infrastrutture.

Fig. 7 – Spiaggia di Santa Teresa di Riva negli anni ’80. Foto di Salvatore Coglitore.
Fig. 8 – Stesso tratto di spiaggia nel 2025. Fonte Google Maps.

La crisi dell’apporto sedimentario

Un’altra causa importante dell’erosione costiera lungo la fascia ionica siciliana è legata alla diminuzione dell’apporto di sedimenti dai corsi d’acqua, ovvero dalle fiumare. Storicamente, questi corsi d’acqua trasportavano grandi quantità di materiale alluvionale (sabbia, ghiaia e ciottoli) durante le piene, che contribuiva a nutrire le spiagge e a mantenere l’equilibrio dinamico del litorale. A partire dagli anni ‘70, le fiumare sono state in gran parte regimentate (Fig. 9) mediante la costruzione di briglie e altre opere di contenimento, con lo scopo di prevenire alluvioni e difendere le aree urbane e agricole, che nel frattempo si espandevano.

Fig. 9 – Foto aerea del 1988 in cui si osserva la regimentazione idraulica della Fiumara d’Agrò, principale alimentatore sedimentario delle spiagge di Sant’Alessio Siculo e Santa Teresa di Riva. Fonte Geoportale Nazionale.

Le briglie sono strutture trasversali che rallentano il flusso dell’acqua e ne favoriscono la sedimentazione. Questo ha avuto però l’effetto collaterale di trattenere gran parte dei sedimenti all’interno del corso d’acqua, riducendo notevolmente la quantità di materiale che raggiungeva il mare. A ciò si aggiungevano spesso pratiche di escavazione del materiale fluviale, sia per costruzioni, sia per altre attività economiche, che prelevavano ghiaia e sabbia dai letti delle fiumare, sottraendo ulteriori risorse sedimentarie. Il risultato complessivo è che le spiagge costiere si sono progressivamente impoverite di sedimento, perdendo uno dei principali meccanismi naturali di ricostituzione. In assenza di questo apporto, la spiaggia non riesce più a compensare le perdite dovute a mareggiate o eventi di alta energia. Ciò favorisce l’erosione stabile del litorale e aumentando la vulnerabilità della costa a fenomeni come quelli osservati durante il ciclone Harry.

Le opere di difesa rigida: efficacia e criticità

Per contrastare l’erosione costiera si ricorre comunemente alla costruzione di opere di difesa rigida, come barriere soffolte, pennelli e frangiflutti, che vengono costruite per proteggere l’arenile, gli edifici e le infrastrutture dall’azione del moto ondoso, in particolare durante mareggiate intense. Lungo la costa ionica messinese, le opere di difesa rigida sono relativamente poche. Un esempio è la barriera soffolta realizzata davanti l’abitato di Sant’Alessio Siculo (Fig. 10) a partire dalla fine degli anni ’90 e progressivamente rafforzata negli ultimi anni.

Le barriere soffolte hanno l’obiettivo di attenuare l’energia delle onde prima che raggiungano la spiaggia, ma la loro efficacia dipende molto dalla distanza dalla riva e dalla profondità a cui sono posizionate. Nel caso di Sant’Alessio Siculo, dove la spiaggia era già molto stretta, la barriera soffolta potrebbe aver paradossalmente accentuato l’erosione locale invece di ridurla, perché lo spazio di arenile tra la barriera e la riva era insufficiente per assorbire e dissipare l’energia delle onde. Di conseguenza, quel poco di spiaggia che resisteva prima del passaggio del ciclone Harry è stato completamente spazzato via, a causa della riflessione del moto ondoso davanti all’abitato.

Fig. 10 – La barriera soffolta realizzata dinnanzi l’abitato di Sant’Alessio Siculo. Fonte Social.

Inoltre, se è vero che le opere di difesa rigida possono proteggere la costa, è possibile che se non progettate correttamente rischiano di innescare erosione nel tratto di litorale sottostante, detto sottoflutto. In termini di erosione costiera, il concetto di “sottoflutto” si riferisce al tratto di costa verso cui i sedimenti si spostano lungo la riva a causa delle correnti e del moto ondoso. Lungo la zona ionica, il trasporto dei sedimenti avviene prevalentemente da sud verso nord, per la predominanza delle mareggiate da E-SE. Di conseguenza è possibile che questa barriera abbia ridotto il trasporto dei sedimenti verso nord, causando erosione sottoflutto, cioè nei tratti di costa immediatamente a nord della barriera (Santa Teresa di Riva) dove il lungomare è stato distrutto in più punti.

Per evitare effetti indesiderati è fondamentale valutare preventivamente la dinamica dei sedimenti lungo la riva, studiando come sabbia e ghiaia si spostano con le correnti e le mareggiate. Solo un progetto accurato, basato su queste analisi, può garantire che le opere di difesa rigida svolgano effettivamente una funzione protettiva, senza alterare l’equilibrio del sistema costiero o generare fenomeni di erosione nei tratti sottoflutto.

I legami coi cambiamenti climatici e l’innalzamento del livello dei mari

In relazione ai fenomeni di erosione costiera, si deve assolutamente rilevare come il cambiamento climatico rappresenti un fattore rilevante, poiché contribuisce ad amplificare gli effetti delle mareggiate e ad aumentare la vulnerabilità delle spiagge. Negli ultimi decenni si registra un progressivo innalzamento del livello medio del mare nel Mediterraneo. Anche pochi millimetri all’anno, accumulati nel tempo, comportano un aumento della quota di base su cui agiscono le mareggiate. Questo significa che, a parità di intensità del vento e di altezza d’onda, il mare raggiunge livelli più elevati rispetto al passato, facilitando l’ingressione marina, il superamento delle difese costiere e l’erosione della battigia (Fig. 11).

Parallelamente, diversi studi evidenziano una tendenza verso una maggiore intensità degli eventi meteorologici estremi nel Mediterraneo. In un contesto come quello ionico messinese, questi fattori climatici si sommano a criticità già presenti: minore apporto di sedimenti dalle fiumare, presenza di opere rigide e ridotta capacità di dissipazione naturale. Il risultato è che eventi come il ciclone Harry non rappresentano solo episodi isolati, ma segnali di una crescente vulnerabilità strutturale del sistema costiero.

Sebbene il singolo evento meteorologico non si possa attribuire automaticamente al cambiamento climatico, l’attualità dovrebbe imporci delle riflessioni molto più accurate sulla maggiore frequenza di eventi estremi sul Mediterraneo – legati anche a un tendenziale aumento delle temperature superficiali marine – che espongono le nostre coste (e non solo) a rischi notevolmente maggiori rispetto al passato.

Verso una gestione integrata della costa: strategie di lungo periodo

Di fronte a un quadro di erosione ormai strutturale, le soluzioni non possono limitarsi a interventi emergenziali, ma devono puntare al ripristino dell’equilibrio sedimentario e a una pianificazione di lungo periodo. Una prima azione riguarda le fiumare: la progressiva regimentazione idraulica e la presenza di briglie hanno ridotto drasticamente l’apporto di sedimenti alla costa. Laddove possibile, una revisione di queste opere, o la loro parziale rimozione, potrebbe favorire il ripristino del trasporto naturale di sabbia e ghiaia verso il mare, restituendo alle spiagge il loro principale meccanismo di alimentazione.

Accanto al ripristino dei processi naturali, possono essere previsti ripascimenti artificiali programmati, ossia l’apporto periodico di materiale compatibile per rimpinguare le spiagge in erosione. Il sedimento potrebbe provenire, ad esempio, dagli alvei delle fiumare o da materiali di scavo opportunamente selezionati e trattati, come quelli derivanti dall’attuale realizzazione delle gallerie della nuova linea ferroviaria Messina-Catania.

Le opere di difesa rigida dovrebbero invece rappresentare una soluzione residuale, da adottare solo dove strettamente necessario, cioè nei tratti in cui l’arenile è ormai troppo esiguo per garantire una protezione naturale o dove sono presenti infrastrutture strategiche non delocalizzabili. Anche in questi casi, è fondamentale una progettazione basata su studi idrodinamici e morfodinamici approfonditi, per evitare effetti collaterali come l’erosione sottoflutto.

Infine, va considerata anche la strategia dell’arretramento pianificato. In un contesto di innalzamento del livello medio del mare e di possibile aumento dell’intensità degli eventi estremi, come dimostrato dal ciclone Harry, in alcuni casi può risultare più sostenibile arretrare infrastrutture e manufatti rispetto alla linea di costa piuttosto che tentare di difenderli indefinitamente. L’arretramento non rappresenta una rinuncia, ma una scelta di adattamento consapevole, che riconosce la dinamicità naturale del sistema costiero e la necessità di convivere con esso nel lungo periodo.

Fig. 11 – Gravi danni a seguito della mareggiata sul lungomare di Santa Teresa di Riva. Fonte Social

Articolo a cura di Alessandro Fardella, Dottore in Scienze Geofisiche

Fonti: https://www.erosionespiagge.eu/
https://www.legambientesicilia.it/wp-content/uploads/LAS-Dossier-Il-ciclone-Harry-Digital.pdf